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Marconi parla da Radioluna

Da: Archivio Repubblica

Punto, punto, punto. Nel caotico rumore di fondo che cent' anni fa giunse all' orecchio del ventisettenne Guglielmo Marconi, in una fredda baracca sull' isola di Terranova, quell' impulso ritmato poteva essere solo un segnale fabbricato dall' uomo. Lo scienziato autodidatta bolognese, ancora un ragazzo (27 anni) sapeva decifrarlo: era la lettera S dell' alfabeto Morse che in quel momento, le ore 12 del 12 dicembre 1901, i suoi collaboratori lanciavano nell' etere tremila chilometri più a ovest, a Poldhu, in Cornovaglia. Era la conferma del suo sogno: il sogno del telegrafo senza fili. Era il battesimo del «più potente e universale metodo di comunicazione che il mondo abbia mai conosciuto». Eppure, nel momento del trionfo, Marconi ebbe un dubbio. Passò la cuffia al suo collaboratore, l' inglese Kemp, e gli chiese: «Ma lei sente qualcosa?». E Kemp, flemmatico sotto la sua bombetta: «Of course», naturalmente. Con qualche attimo di ritardo, il secolo della comunicazione globale poté finalmente avere inizio. Il miracolo si ripete oggi, Marconiday. Non tre punti, ma la voce stessa dello scienziato (una registrazione degli anni Venti che racconta proprio quel primo successo) scavalcherà gli oceani: e stavolta dopo essere rimbalzata sulla Luna. Se Marconi fosse vivo manterrebbe forse lo stesso selfcontrol di allora. Per lui sarebbe solo la conferma che «non c' è distanza che le radiocomunicazioni non possano superare». Un' impresa degna di Verne, la prima trasmissione di Radio Luna. In gergo tecnico è l' »esperimento EME»: EarthMoonEarth, TerraLunaTerra. Il nostro satellite naturale usato per la prima volta come un satellite artificiale, trasformato nella più grande ricetrasmittente della storia. Il primo segnale partirà alle 5 dall' Osservatorio radioastronomico del Cnr a Medicina: otto minuti di un vero e proprio programma radiofonico, con le voci di Marconi e della figlia Elettra, che due secondi e 4 decimi dopo, riflettuto dalla superficie lunare, tornerà sulla terra, captabile da tutti i radioamatori, purché possiedano un' antenna parabolica di almeno due metri di diametro. Alle 10 l' ascolteranno, riuniti nell' aula magna del ministero delle Comunicazioni, il presidente della repubblica Ciampi, il presidente del Consiglio Berlusconi e un po' di ministri. L' ascolteranno, riuniti in Municipio davanti a un grande schermo, i concittadini di Sasso Marconi, orgogliosi. L' ascolteranno, A Poldhu e a San Giovanni di Terranova, come un secolo fa, un manipolo di tifosi della radiofonia; ma anche il governatore del Canada Clarkson e la regina Elisabetta, collegati con Roma da un satellite che si chiama Marconi. Potrà ascoltarla senza sforzi chiunque abbia un collegamento Internet (www.comunicazioni.it). Ma l' ascolterà soprattutto il popolo dei marconiani, o meglio dei marconisti, sparso per i cinque continenti, che nell' era di Internet non ha abbandonato il primo amore, l' apparecchio che cerca i suoni nell' etere, la macchinetta più fiabesca nell' intera storia dei media. Per dieci ore, fin quando la luna sarà a disposizione, le parole di Marconi viaggeranno incessantemente sulla frequenza di 1296,1 megahertz, interrotte solo da brevi pause per consentire ai radioamatori più bravi di rispondere sempre «via Luna». A Medicina e nella sede della Fondazione Marconi di Pontecchio su un mappamondo elettronico s' illumineranno i luoghi di provenienza di queste risposte: roger, messaggio ricevuto forte e chiaro ancora una volta, mr. Marconi. Of course. L' invenzione che il secolo attendeva, ma che pochi pensavano potesse essere inventata, compie oggi cent' anni. È vero, il giovane autodidatta Guglielmo aveva già fatto suonare campanelli da un lato all' altro della sua «stanza dei bachi» nella villa paterna di Pontecchio, aveva già spedito un impulso oltre la collina dei Celestini ottenendo come ricevuta uno sparo di doppietta: ma per gli scienziati quegli apparecchi erano poco più che giocattoli. Solo la trasmissione transoceanica dimostrò che «la forte intuizione, direi quasi la visione chiara e sicura» di Marconi, cioè che la radio potesse raggiungere ogni luogo del pianeta, era una realtà: le onde non si perdevano nello spazio, come sostenevano i teorici, ma rimbalzavano giù grazie all' ancora ignota ionosfera. «A volte la caparbietà sperimentale a vince sulla teoria», dice un professore, un teorico, Gabriele Falciasecca, presidente della Fondazione Marconi, e lo dice soddisfatto. Ci tiene, la Fondazione, ad essere ancor all' avanguardia nella storia della «mamma di tutti i media». Lunaradio è un piccolo colpo di genio, ma in fondo è sempre un' idea di Guglielmo: nel 1930, mentre cercava di sintonizzarsi su Rio de Janeiro, incappò in un' eco curiosa proveniente dallo spazio: era la Luna che interferiva. Disturbi da tempo noti ai radioastronomi: ma nessuno aveva mai pensato di chiedere alla Luna di fare da antenna parabolica. Se il gioco diventerà una cosa seria, lo sapremo forse fra altri cent' anni. Nel frattempo, la marconiana Bologna avrà inventato qualcosa d' altro. Magari il sogno che ha in mente il giovane sindaco di Sasso, Marilena Fabbri: «Nel 2003 lanceremo da qui il primo meeting in telepresenza fra i grandi della terra: restando ciascuno a casa propria, s' incontreranno in una stanza virtuale». Già pronta la lista degli invitati: Ciampi, Bush e la regina Elisabetta. Impossibile? Sì, quindi si farà, direbbe Marconi. Of course.

   
   

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