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L' ITALIA E LA ROULETTE DEL BIG ONE

Da: Archivio Repubblica

ROMA - A Catania l' ultima volta che la terra si mise a tremare davvero arrivò il conte di Camastra. L' inviato speciale dei Borboni, dotato di pieni poteri, fucilò gli sciacalli. Sgombrò le macerie. Avviò la ricostruzione. Era il 1693. Dei 18 mila abitanti ne erano sopravvissuti 2 mila. Della vecchia città non restava praticamente nulla. Oggi sono cambiati i numeri ma lo scenario è quasi immutato.
L' area urbana conta 400 mila abitanti. Le case ristrutturate per resistere a uno scossone serio sono il 5 per cento. In caso di terremoto catastrofico si ipotizzano 50 mila morti. Come bilancio di 300 anni di prevenzione c' è poco da entusiasmarsi. Specie considerando il fatto che Catania non è una città qualsiasi. Si trova al centro dell' asse della Sicilia orientale che - assieme alla Calabria, all' Irpinia e all' Abruzzo - costituisce la fascia rossa in cui si aspetta l' arrivo del Big One, il terremoto di massima potenza. Un cataclisma che i bookmaker devono dare ben piazzato visto che nel corso di questo secolo non era mai stato lasciato un intervallo così lungo (dall' Irpinia sono passati 17 anni) tra un evento e l' altro. Eppure, in questa sua spaventosa arretratezza rispetto a quello che occorrerebbe fare, Catania si trova all' avanguardia rispetto al resto dell' Italia. Nel corso dell' ultimo anno il pressing della Protezione civile è riuscito a portare a casa qualche risultato. In Parlamento si è strappato qualche centinaio di miliardi per rinsaldare gli edifici chiave (ospedali, prefetture, scuole). E, per la prima volta, è stata fatta un' esercitazione. Non un' esercitazione vera, di massa, come quelle che vediamo in Giappone. Un' esercitazione per i comandi. Comunque, tra una risatina e una battuta sugli iettatori, 400 uomini si sono pur mossi per prendere posto negli edifici antisismici dei centri operativi comunali. Sono state individuate 130 aree di prima accoglienza dove concentrare gli eventuali sfollati. Si è stabilito dove far affluire i soccorritori. Si sono mobilitati volontari e radioamatori per simulare le comunicazioni in assenza di ponti telefonici. Si sono preparati i piani di emergenza per le scuole. Qui ci si è fermati.
Niente mobilitazioni di massa per spiegare a ogni cittadino quello che dovrebbe fare in caso di emergenza. Niente requisizione delle aree per le tendopoli. Niente scavi per portare acqua, luce e fogne in queste aree. E in Calabria, Irpinia e Abruzzo siamo ancora un passo indietro rispetto alla Sicilia orientale: sono stati scelti i posti per le roulotte ma non è stata fatta neppure l'esercitazione dei comandi. Del resto che questa fosse la situazione non era un mistero. Nel giugno scorso alla Conferenza nazionale sulla protezione civile, che avendo avuto il torto di svolgersi subito prima del terremoto ha suscitato poco interesse, si è fatto il punto sulla situazione e si è chiesta l' istituzione di una vera e propria authority che coordini tutte le attività durante l' emergenza. L' idea base è saltare le divisioni amministrative che valgono per il quotidiano e creare stutture con ampi poteri che abbraccino le aree di crisi. Un' ipotesi che fino ai crolli di Assisi non aveva fatto molta strada. Adesso tutto è rimesso in discussione. A cominciare dalle priorità di spesa. Se è vero che non si sa quando e dove si fermerà la roulette del Big One, è anche vero che in alcune caselle dell' Italia le probabilità sono più alte e quindi l' urgenza di intervento è maggiore. Il problema non riguarda solo l' Italia. Tra i paesi industrializzati quelli a maggior rischio Big One sono la California e il Giappone. Un terremoto catastrofico nella conglomerazione urbana di Tokio avrebbe conseguenze difficili perfino da immaginare: il sisma che colpì la capitale nel 1923 costò al Giappone un quarto del prodotto interno lordo. "In una situazione del genere mi sembra francamente assurdo che si investano risorse preziose in un' opera come il Ponte sullo Stretto", afferma il sottosegretario ai Lavori Pubblici Gianni Mattioli. "Al di là della discussione tecnica sulla tenuta dell' opera in un contesto a così alto rischio sismico, c' è la questione delle priorità. Si possono investire parecchie migliaia di miliardi per costruire il Ponte quando a poca distanza c' è un' intera città che rischia di venire sepolta dal terremoto?".

   
   

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