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GUERRA PER ' BANDE' SULLE FREQUENZE TV

Da: Archivio Repubblica

Roma - E' PROPRIO VERO che esistono più cose tra il cielo e la terra di quante una mente umana possa immaginare. E pensare che quando questa frase fu pronunciata, ai tempi di Shakespeare, qualche secolo fa, nessuno aveva ancora avuto a che fare con il piano delle frequenze televisive, la suddivisione dell' etere in "canali" dove far passare i segnali delle trasmissioni tv. Gran fortuna dei nostri avi, perché lungo queste "autostrade celesti" passano tante di quelle cose da far venire il capogiro a chiunque: il mercato televisivo più affollato del mondo (solo le tv locali italiane sono 700 mentre in tutto il resto d' Europa se ne contano appena 85) e un mercato pubblicitario da quasi 5 mila miliardi di lire. Se poi tutto questo non sembrasse ancora abbastanza, vale la pena di ricordare che le frequenze tv sono solo una parte di ciò che viaggia nell' etere: i telefonini, pubblici e privati, le emittenti radiofoniche, le trasmissioni dei militari, i radiotaxi, i radioamatori e perfino i segnali dell' assistenza al volo. Da circa dieci anni, attorno alle frequenze si combatte una guerra politico-economica tra Rai, Fininvest, i network nazionali minori come Tmc o Videomusic e le piccole tv regionali che va avanti nel caos più totale. Perché le frequenze sono così importanti? Semplice, sono le "strade" lungo cui viaggiano i segnali televisivi. Senza frequenze una tv semplicemente non funziona. E una frequenza sola non basta: con la tecnologia attuale una tv non può trasmettere su un unico "canale" in tutta Italia. Il segnale deve essere ripetuto bacino per bacino e con modalità differenti per non creare interferenza. Quindi un' emittente che vuole trasmettere su tutta la Penisola deve costruire una rete di ripetitori molto complessa - solo la Rai ne ha un paio di migliaia - ed ognuno deve avere la sua frequenza assegnata. Se la rete non è completa, se ci sono dei buchi iniziano i guai. E guai seri. Ne sanno qualcosa quelli di Telemontecarlo. E' uno dei network nazionali riconosciuti ma i suoi impianti garantiscono la visione perfetta del suo segnale solo al 65% degli italiani. E' un numero che si traduce immediatamente in fatturati pubblicitari. Attualmente l' Auditel, il sistema di rilevazione degli indici di ascolto, accredita Tmc di una quota, uno share, intorno al 3%: una presenza piccola accanto ai giganti Rai e Fininvest che assorbono da soli il 90% di tutti i teleutenti italiani. Ma se il segnale di Tmc arrivasse a coprire tutta la Penisola il suo share arriverebbe facilmente al 5%. Due punti percentuali in più: sembrano pochi, ma sul mercato della pubblicità, dove un punto di share vale circa 50 miliardi, quei due punti diventano 100 miliardi di spot in più. Più del doppio delle perdite registrate nel ' 94 dall' emittente. Perché mai, poi, un network nazionale come Tmc o anche VideoMusic non sia in grado di coprire con il suo segnale tutto il paese, è un problema tutto italiano. LE FREQUENZE sono un bene pubblico la cui titolarità è assegnata al ministro delle Poste che le affida in concessione. Il ministero dovrebbe essere insomma l' autorità preposta a far funzionare l' etere, a dettare delle regole e a farle rispettare. E invece il sistema è un caos in cui non si sa nemmeno più chi siano i soggetti abilitati ad operare, quante le televisioni, chi i titolari, chi, infine, abbia il diritto e chi no di trasmettere e su quali frequenze. Il problema non riguarda solo le tv. Il settore radiofonico è una giungla ancora peggiore. E peggio ancora di questo stanno tutte le attività di privati che utilizzano le onde radio per comunicazioni di lavoro: qui si calcola che la metà degli impianti in circolazione siano virtualmente illegali e poi ognuno trasmette dove vuole, cosicché chiedere una frequenza ufficiale è praticamente inutile. Da quattro anni si parla di un Piano delle frequenze che dovrebbe dare finalmente ordine al sistema, almeno a quello televisivo, stabilendo per quante emittenti ci sia spazio nell' etere e con quali frequenze ognuna possa trasmettere. Ma sono passati quattro governi, altrettanti ministri delle Poste e del piano non c' è traccia. "Il problema di fondo - spiega Antonio Marano, deputato leghista, sottosegretario alle Poste del governo Berlusconi - è che nel caos, nella mancanza di regole vince chi è più forte: in questo settore le lobbies sono sempre state molto attive e i ministri non hanno mai avuto la volontà politica di intervenire. Basta pensare a cosa è successo dopo che la Federaltrade, la società privata incaricata di elaborare un piano frequenze, finì nel mirino dei giudici di Mani Pulite, nel ' 92. Il ministero decise di elaborare il Piano al suo interno e per farlo stabilì che dovevano essere comprati dei computer: non è stato ancora pubblicato il bando di gara". Ora, con il nuovo governo insediato da pochi giorni, si ricomincia da capo. Il nuovo ministro, Agostino Gambino, ha deciso di passare tutta la materia al suo capo di Gabinetto, Giovanni Ruoppolo e ad una commissione presieduta da un tecnico esterno al governo. Novità, insomma, per i prossimi mesi non ce ne dovrebbero essere. Ma la guerra dell' etere continua senza esclusione di colpi. Appena qualche mese fa una piccola porzione di una frequenza necessaria a coprire un paio di quartieri di una zona periferica di Milano sembra sia stata pagata 10 miliardi. E' una voce, visto che questo tipo di trattative avvengono in un vero e proprio mercato nero che la legge non riconosce. Secondo la legge, infatti, una frequenza, in quanto "concessione", non può essere rivenduta. Tanto meno si possono rivendere quando, come ora, non c' è nemmeno una concessione vera e propria ma una autorizzazione transitoria alle emittenti in attività: un permesso che durerà, appunto, fino a che non entrerà in vigore il Piano Frequenze. Un' illegalità legalizzata: in sintesi la situazione attuale del settore televisivo è tutta qui. Raccontare come ci si è arrivati non è facile. In fondo tutto nasce con l' apparire delle prime tv private fuori da ogni contesto regolamentato. Ma il vero guaio si combina a partire dal 1990. E' l' anno della legge Mammì, il primo tentativo di dare un ordine al settore. La legge venne approvata nell' agosto di quell' anno, ma già dall' inverno precedente, con la guerra Mondadori in pieno svolgimento, si parla molto di televisioni e di regole per il mercato. Nessuno, però, sa esattamente quante siano le stazioni tv in Italia e si decide così di organizzare una specie di censimento: il ministero delle Poste chiede che le emittenti "denuncino" la loro attività e il numero di impianti con cui operano, trasmettitori e ripetitori. Viene giù il diluvio: oltre mille televisioni e un numero infinito di impianti. Era, in sostanza, una dichiarazione volontaria in cui ognuno poteva dire quello che voleva, tanto nessuno avrebbe mai controllato. E furono in parecchi a intuire che era meglio dichiarare "in più" piuttosto che "in meno". Fu un' intuizione proficua: in agosto la Mammì diventa legge dello Stato e sul problema delle frequenze si limita a delegare il ministero delle Poste a redarre un piano. Nel frattempo la situazione viene congelata così come era agli inizi del ' 90. Cioè secondo quanto risultava al censimento. Ognuno si tieneva quello che aveva rimediato e chi era rimasto fuori, peggio per lui. Tra i grossi operatori che rimangono danneggiati dal congelamento ci sono Telemontecarlo e la Terza Rete Rai. Tmc era arrivata per ultima, aveva iniziato la caccia alle frequenze necessarie a far arrivare il segnale su tutto il territorio nazionale dopo il 1986. Aveva trovato prezzi già alle stelle e poca offerta, oltre alla difficoltà di dover andare a caccia di frequenze libere lungo la Penisola battendo vallata per vallata, se non proprio quartiere per quartiere nelle grandi città. Anche Rai 3 doveva completare il proprio "potenziale di irradiazione", ma il fatto di essere una rete di un servizio pubblico che formalmente, fino al ' 90, aveva il monopolio delle trasmissioni nazionali non le serve a molto. Nella convenzione Stato-Rai del 1988 già si stabisce che l' espansione e il potenziamento degli impianti di Rai 3 deve avvenire "nel rispetto di un equilibrio di mercato tra settore pubblico e privato". La situazione dopo il 1990, con la consacrazione legislativa dei network Fininvest fu anche peggio: ogni volta che la Rai chiedeva al ministero delle Poste l' autorizzazione a potenziare un impianto, nel giro di pochi giorni la sua richiesta è affiancata da una analoga col timbro del Biscione. E il ministero, quasi sempre, decide salomonicamente di "dare un po' per uno", sanzionando di fatto una situazione in cui le frequenze a disposizione della Fininvest erano di più e migliori. La prova di tutto questo è la comparsa delle tre TelePiù, praticamente tutte nate tra il 1990 e il 1992 ereditando da un giorno all' altro frequenze dove fino a poco prima passavano i programmi di Canale 5, Italia 1 o Rete 4: Fininvest aveva in sostanza occupato durante gli anni ' 80 frequenze non per tre ma per sei emittenti nazionali. Il congelamento del 1990 non blocca però il mercato nero. E' vero che le concessioni temporanee non erano (e non sono tuttora) commerciabili ma aggirare la legge non è difficile. Basta mettere al centro delle transazioni il "ramo d' azienda". In pratica si può comprare l' attività degli impianti di una tv locale: questa resta titolare della concessione e continua ad esistere formalmente ma nei fatti, ad un certo punto, non ha più una programmazione propria e inizia a trasmettere i programmi del network acquirente. A questo punto il mercato televisivo diventa doppio: uno legale e uno reale; uno solo di carta, con le società televisive registrate al ministero delle Poste e giuridicamente operanti; l' altro costituito dalle emittenti che effettivamente irradiano ogni giorno i loro programmi e che sono parecchie di meno di quelle schedate nei tabulati del ministero. Le tv locali, secondo calcoli approssimativi non sono oggi più di 700. Sono sempre più di quelle che potranno trasmettere una volta varato il piano definitivo (dovranno essere intorno alla 480) ma oramai non sono più loro le responsabili dell' intasamento dell' etere italiano. Ad occupare più frequenze del necessario sono i grandi network nazionali, quelli che - ciascuno può fare la prova da solo, con il proprio televisore - trasmettono in ogni zona più volte su canali differenti. Il 1992 è un altro anno cruciale. In estate il ministro delle Poste Maurizio Pagani organizza un "tavolo" sulle frequenze. Vi prendono parte solo i rappresentanti Fininvest e Rai (e c' è chi avanza il dubbio che non ci fosse nemmeno la Rai) e poco dopo viene alla luce una cosa che sembra la prima parte del famoso Piano ma imn realtà è solo un' ulteriore ratifica dell' esistente con alcune specificazioni tutt' altro che secondarie. Vi si stabilisce infatti che le reti tv nazionali devono essere dodici (le tre Rai, le tre Fininvest, le tre Telepiù, che nel frattempo hanno in qualche modo cambiato titolarità, più Tmc, VideoMusic e Rete Aé. Poi, per non far vedere che la cosa finisce tutta lì, si stabilisce la necessità dell' esistenza di alcuni network interregionali di cui nessuno sembra occuparsi più di tanto. Si fissa però anche il prezzo annuo della concessione: 420 milioni per ogni rete autorizzata a coprire tutti e 21 i bacini in cui è suddiviso il territorio nazionale. Si parla di autorizzazione, non di copertura effettiva. Insomma la concessione per Canale 5 costa come quella di Tmc il cui segnale ha un' estensione inferiore. Certo, nulla vieta alla tv monegasca di comprare altre concessioni e completare il network. Ma potrà farlo solo quando le concessioni saranno definitive: ossia dopo l' approvazione del Piano Frequenze. Quindi, fino ad allora tutto resterà fermo: gli equilibri tra le emittenti e le quote di pubblicità, che continueranno ad essere nei fatti "monopolizzate" dalla Rai (che però ha un tetto di affollamento di spot) e Fininvest. Anche dal punto di vista delle casse pubbliche, forse, da una concessione nazionale poteva venir fuori un introito maggiore. Certo, l' Italia non è gli Stati Uniti dove, l' anno scorso, la Federal Communication Commission, l' agenzia di controllo del sistema radiotelevisivo, ha messo all' asta dieci licenze per frequenze radio ricavando da ognuna oltre 60 milioni di dollari, circa 100 miliardi di lire. Ma si poteva anche sperare in qualcosa di meglio dei 5 miliardi scarsi che lo Stato ottiene ogni anno dai suoi concessionari.

   
   

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