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CROAZIA IN GUERRA, GIA' VENTI MORTI

Da: Archivio Repubblica

ZAGABRIA - Mentre i capi delle sei repubbliche jugoslave si ritrovano ad Ocrida, in Macedonia, per quella che viene considerata come l' ultima occasione per evitare il bagno di sangue, nella Slavonia orientale, laddove le acque del Danubio segnano il confine tra Serbia e Croazia, infuriano i combattimenti. Già si contano venti morti. I feriti sono decine. Ed è soltanto l' ultimo episodio di un' ondata di violenze che, durante il fine settimana, ha sconvolto da un capo all' altro l' intera regione. E' stata una vera e propria battaglia campale quella che si è combattuta dall' alba al tramonto di lunedì lungo l' asse che comprende la città di Vinkovci, il paesino di Stari Jankovci, entrambi a maggioranza croata, e il villaggio serbo di Mirkovci. Fino a tarda sera i radioamatori hanno continuato a captare gli appelli per salvare i feriti. Ma la stima di 20 morti sembra comunque per difetto, perché nessuno fino a sera era potuto entrare nei villaggi attaccati. Lo scontro è cominciato poco dopo le tre del mattino, quando su Vinkovci e Stari Jankovci sono cominciate a piovere le granate e i colpi di mortaio che, a sentire le fonti croate, quasi ogni giorno venivano sparati dalle batterie serbe di Mirkovci, distante pochi chilometri. Pare che stavolta il bombardamento sia stato più massiccio del solito, con la caserma della Milicja centrata in pieno e due agenti feriti. La controffensiva croata non si è fatta attendere. Obiettivo: distruggere le basi delle milizie serbe che in Slavonia orientale si oppongono al disegno secessionista di Zagabria. A lanciare il contrattacco sono la Guardia nazionale e la Milizia. I serbi rispondono colpendo le vie di comunicazione con Vinkovci. La battaglia si estende anche a Stari Jankovci, dove muoiono cinque civili, tra cui una donna e due bambini. Sul terreno rimangono 14 militari della guardia nazionale croata e un poliziotto. Ma la stesa radio croata parla di probabili vittime anche tra i serbi. E l' esercito federale che faceva? Stava a guardare, rispondono irritati a Zagabria. Di più, ad introdurre un ulteriore elemento di tensione, a sera la tv regionale aggiunge che l' aviazione federale avrebbe sparato sulle posizioni croate. Distante appena un centinaio di chilometri da Belgrado, la Slavonia orientale rappresenta una delle due principali sacche di resistenza al movimento indipendentista croato. L' altra è la Krajina, vera e propria enclave serba a una sessantina di chilometri da Zagabria. E' su questi due fronti paralleli che la guerra civile croata si è accesa negli ultimi tre giorni. Sabato 20, ore 23,55. A Daruvar, un grosso centro alle soglie della Slavonia, con popolazione mista, cinque poliziotti della Milicja croata iniziano a pattugliare le strade del centro intorno al giardino comunale. Ad un certo punto si separano, tre da una parte e due dall' altra. Secondo le testimonianze raccolte quella notte stessa, un' ombra segue il terzetto per qualche decina di metri. Un po' più indietro c' è una Lada blu che procede lentamente con a bordo altri due uomini. Improvvisamente, all' altezza di una scuola, il killer si avvicina impugnando una pistola automatica, e spara alle spalle dei poliziotti. Due, colpiti alla testa, muoiono all' istante. Il terzo cerca di fuggire. Ferito, arranca fino ai giardinetti. Ma anche per lui non ci sarà scampo. L' impressione è enorme, anche perché il giorno prima, nel villaggio di Sirak, a neanche dieci chilometri di distanza, altri due poliziotti erano caduti in un' imboscata. In entrambe le occasioni, le autorità croate accusano i "terroristi" serbi. Ma a Zagabria, tra le righe, si lascia intendere che dietro la guerriglia ingaggiata dalla minoranza serba di Croazia c' è la mano di Belgrado. La controffensiva politico-miliare di Zagabria scatta nella giornata di domenica. Prima in Krajina, poi in Slavonia. Provincia cuscinetto tra la Bosnia e la Croazia, la Krajina si è autoproclamata regione autonoma, da quando Zagabria ha deciso la "dissociazione" dalla federazione. Così la guerra civile sta cambiando i confini della Jugoslavia. "Benvenuti nella Krajina libera", avverte uno striscione bianco ad appena una cinquantina di chilometri da Zagabria. E al centro della scritta il simbolo serbo: la croce con le quattro C ("s" nell' alfabeto latino) sospese ai quattro angoli: "Solo la Solidarietà Salverà la Serbia". Anche se fino ad un mese fa questo era territorio della repubblica di Croazia, e formalmente lo è ancora, di croati non c' è più l' ombra, né civili, né militari. Eppure le divise celesti e blu degli agenti della Milicja che ci fermano lungo la strada per Vergin Most, sono identiche a quelle dei loro colleghi di Zagabria. Identiche le autoradio, e le pistole automatiche attaccate alla cintola. L' unica differenza rispetto ai loro colleghi croati è che quelli hanno sul berretto lo scudo con la scacchiera simbolo della Repubblica di Croazia e questi, invece, portano ancora la stella rossa. In realtà la guerra civile fa sì che l' unico mezzo di identificazione della persona che ci sta di fronte sia la terra dove mette i piedi. Se siamo in Krajina il miliziano che ci sbarra la strada è serbo, possiamo starne certi. Perché nessun croato si avventura più in zona serba e viceversa. Tesi, ansiosi, i miliziani davano ordini concitati: "Tornate indietro, ci aspettiamo un attacco, non possimo garantire per voi". Ogni fattoria sembrava trasformata in caserma. Ogni collina in posto d' osservazione. Ogni uomo in guerriero. E lì, al di la di un vagone ferroviario che sbarrava la strada per Topusko, domenica pomeriggio esplodeva lo scontro. Bilancio del ministero dell' Interno croato: "Almeno cinque terroristi uccisi". Ma pare che in totale i morti siano stati sette. Domenica sera arriva anche la risposta politica alle richieste territoriali della minoranza serba. Tudjman, il presidente croato, va a visitare la Slavonia orientale. Parla a Osijek. Dovrebbe andare anche a Vinkovci. "Non cederemo un palmo del nostro territorio", dice. Accusa la Serbia: "Il suo appoggio al terrrorismo sta superando la soglia della pericolosità". A una domanda su una possibile guerra tra croati e serbi, "può darsi - risponde - visto che siamo già nella fase di una guerra limitata". Qualche ora dopo comincia la battaglia più sanguinosa. In questo clima Tudjman ha deciso di abbandonare il vertice della Presidenza federale a Ocrida, per presiedere a Zagabria una riunione del Consiglio supremo della Croazia. Dopo le pallottole e le cannonate è in corso anche un' offensiva della propaganda. Tutte le famiglie di Zagabria hanno ricevuto istruzioni scritte su come comportarsi in caso di attacco aereo, ovviamente da parte dell' aviazione federale. Sembra un modo per rinfocolare timori e diffidenza verso l' Armata "occupante" di Belgrado. E non basta. Voci raccolte a Zagabria dicono altresì che in alcuni settori dell' esercito, "serbizzato" dopo la sconfitta contro la Slovenia, cresce l' insofferenza verso il moderato Kadijevic, ministro della Difesa. Non resta che un paese in ginocchio. Le strutture logistiche sono a pezzi. Gli autisti croati non vanno nelle zone a maggioranza serba. E i ferrovieri serbi, timorosi di entrare in Croazia, non esitano a bloccare la linea Belgrado- Zagabria che pure è una linea internazionale. La crisi economica minaccia di travolgere i fragili argini posti al dilagare dell' inflazione. Ora Zagabria sembra persino intenzionata a battere moneta propria.

   
   

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